A partire da marzo del 2020 la terminologia smart working è diventata di uso comunissimo e pervasivo nelle nostre vite, ed ha successivamente acquisito numerose caratteristiche accessorie anche in termini di applicabilità in virtù del Decreto legge N° 34 del 19 maggio 2020.
Il tema si è proposto all’attenzione pubblica e governativa in maniera urgente per fronteggiare l’emergenza sanitaria tuttora in corso e fornire allo stesso tempo sostegno al lavoro ed all’economia ma anche alle politiche sociali.
Cos’è lo smart working
Non molti sanno però che lo smart working o lavoro agile era già stato introdotto in tempi non sospetti nel nostro ordinamento, e più precisamente con la Legge N° 81/2017 che aveva organizzato nuovi scenari e nuove forme per le prestazioni lavorative.
In buona sostanza con lavoro agile si intende la possibilità per il lavoratore di scegliere il luogo dove svolgere le proprie mansioni secondo un apposito accordo stipulato con il proprio datore di lavoro, nell’ottica di un incremento della competitività delle aziende e con finalità sociali volte a favorire una migliore conciliazione tra i tempi dedicati alla vita privata e quelli della vita professionale: un vero punto di incontro che mirava a soddisfare le esigenze di entrambe le parti.
Per le imprese che ne hanno usufruito sin dagli esordi è stato evidente il ritorno sotto diversi profili, con un aumento della produttività affiancato da un calo dei costi aziendali, mentre i lavoratori hanno potuto beneficiare di situazioni per certi versi di minore stress ed anche di un contenimento dei costi legati agli spostamenti.
Va tuttavia precisato, come ci è stato chiarito dall’avvocato Giorgio Vaiana che ha il suo studio legale a Napoli e che nelle cause connesse con la Responsabilità Civile si occupa anche del Diritto del Lavoro, che secondo la legge del 2017 il consenso del lavoratore è necessario e che esistono alcuni precisi vincoli da rispettare tra i quali una disciplina degli strumenti di lavoro, i tempi di riposo ed il cosiddetto diritto alla disconnessione.
Proprio l’ultimo argomento è in realtà molto dibattuto e controverso e sarà oggetto di approfondimento in un apposito successivo paragrafo.
Lo smart working durante l’emergenza sanitaria
Lo scatenarsi della pandemia da Covid-19 e il conseguente stato di emergenza sanitaria ha stravolto molti dei criteri che informavano la precedente normativa, introducendo sostanziali quanto necessarie modifiche non solo riguardanti l’applicabilità dello smart working. La più importante delle novità è stata l’introduzione del diritto garantito ai genitori impiegati nel settore privato e con almeno un figlio minore di 14 anni a prestare servizio in tale modalità da remoto, fatta ovviamente salva la compatibilità delle mansioni.
Unico limite imposto dal legislatore è stato la non concomitanza di un regime di cassa integrazione o di disoccupazione da parte dell’altro genitore.
Il Decreto in questione ha avuto l’innegabile pregio di aiutare numerose famiglie ad affrontare con razionalità l’emergenza sanitaria, tuttavia ha anche ingenerato alcune situazioni di stress lavorativo ampiamente documentate e testimoniate dall’aumento delle richieste di supporto psicologico.
Il diritto alla disconnessione e la sindrome da burnout
Con diritto alla disconnessione intendiamo quel diritto che spetta al lavoratore di disconnettersi dalla tecnologia che lo mette in relazione con l’ambito lavorativo e con le mansioni ad esso connesse, ed in senso più ampio e pienamente condivisibile a non essere reperibile in determinati orari che esulano da quelli di ufficio.
Purtroppo la normativa del 2017 che abbiamo citato in precedenza non fa alcuna menzione del termine “Diritto”, e per tali ragioni risulta lacunosa. Come dicevamo la questione è molto dibattuta, con una insistita richiesta da parte di enti e associazioni preposti alla tutela dei lavoratori di nuove regolamentazioni volte a salvaguardare i diritti del lavoratore stesso ma anche a tutelare la salute della persona. Un nostro articolo aveva già analizzato i consigli di salute per chi lavora da casa, e suggeriamo di approfondirlo per comprendere meglio come affrontare tali condizioni.
Sono infatti state frequentissime, negli ultimi due anni, le diagnosi di sindrome da burnout, un termine che in precedenza veniva associato solo a determinate categorie di lavoratori (si pensi alle professioni sanitarie o assistenziali, a quelle connesse con la sicurezza pubblica o con la gestione delle emergenze ma anche quelle con finalità educative) ma che già a partire dal 2019 è stato riconosciuto come sindrome correlata allo stress lavorativo in ogni ambito.
L’esaurimento emotivo di chi è stato costretto a estenuanti e interminabili sessioni di lavoro domestico, con una inevitabile commistione tra sfera intima privata e vita professionale e con il concomitante perdurare di stati di ansia e agitazione dettati dalla situazione di emergenza sanitaria ha scatenato autentici fenomeni patologici.
I sintomi principali di una sindrome da burnout sono insonnia, stati depressivi, attacchi di panico, ansia generalizzata: non parliamo quindi di semplici disturbi post-traumatici da stress e che si manifestano in maniera temporanea, ma di una situazione cronica legata alla gestione del lavoro e che in alcuni casi ha condotto a segnalazioni alle competenti ASL territoriali.